23 aprile 2014 | Paolo De Cristofaro

Arbois poulsard DD 2012 – Tissot Stephane et Benedicte

di Paolo De Cristofaro
tissot

Se siete dei feticisti della discussione vinosa, irrimediabilmente attratti da dibattiti fiume sviluppati su ogni piattaforma sociale, questa è la bottiglia che fa per voi. La servirete rigorosamente alla cieca, una di quelle sere in cui gli dei della dialettica vogliono divertirsi insieme a voi, mettendo alla stessa tavola l’amico che beve solo vini “naturali” e l’enologo di formazione “classica”, l’appassionato da decenni in trincea contro l’omologazione e il critico che non stappa nulla se non può tirarci fuori una classifica. Una di quelle sere che, dietro la facciata dell’allegria conviviale e del “che bello confrontarsi con persone di sensibilità diverse”, nasconde una carica di elettricità e tensione che nemmeno ai negoziati Onu. Una di quelle sere in cui la disinibizione alcolica si manifesta in tutta la sua duplice valenza di causa ed effetto, illudendo i convenuti di prendere parte ad una commedia leggera che in qualsiasi momento può trasformarsi in horror-pulp movie. Con una nonchalance da fare invidia alla Eris non invitata ma imbucata al matrimonio di Peleo e Teti, farete scivolare il flacone al centro del desco e attenderete in silenzio l’inizio dell’inevitabile effetto da pomo della discordia. E col cavolo che vi farete incastrare come quel Paride lì, giacché nessuna Era o Afrodite o Atena vi convincerà con alcuna promessa a prendere posizione e dire la vostra.

Dodici euro molto ben spesi, insomma, per cullare il sadico che è in voi. O il masochista, perché la cuvée DD di Stéphane e Bénédicte Tissot ha tutte le carte in regola per animare una serata da parterre “variegato”. Magari non ne viene fuori una guerra di Troia da terzo millennio, ma come minimo a un certo punto, statene certi, qualcuno ricorderà a qualcun altro di non capirci un, ehm, poco. Questo poulsard con saldo di trousseau doppiamente giurassico, geograficamente (dalle vigne di Arbois, nel cuore del Jura) e spiritualmente (nella sua ispirazione “ancestrale”), è il bicchiere ideale per scatenare gli ormai classici dibattiti sulla grammatica e l’estetica del vino, sulla percezione dei difetti e dei pregi, e così via. Con poche possibilità di trovare una sintesi condivisa, peraltro.

Tissot - Arbois DD '12

Netti sentori ematici, suggestioni da quinto quarto, una connotazione animale indissolubilmente concentrata perfino negli apporti speziati di cumino e curry, una traccia floreale che ricorda il garofano: sulla parte “descrittiva” si potrebbe perfino raggiungere un accordo. Ma su quella “valutativa”? Davanti ad un naso così, un bel po’ di amici non riuscirebbero ad assaggiarne nemmeno un goccio, ad altri verrebbe voglia di scolare la bottiglia seduta stante. Per alcuni sarebbe un vino indiscutibilmente difettato, da non utilizzare neanche per un brasato, per altri incarnerebbe l’idea esatta di ciò che cercano di questi tempi. Per qualche collega l’unico punteggio possibile sarebbe un “Non Classificato”, per altri potrebbe essere perfino un’etichetta da premiare.

E fin qui niente di nuovo, perché di bottiglie capaci di polarizzare fino all’estremo letture e giudizi, ne incontriamo ormai a decine in ogni fiera, degustazione, anteprima, visita in cantina. Ma al di là dei legittimi gradimenti soggettivi, in un senso o in un altro, resta il problema di come “trattare” da un punto di vista critico e narrativo vini con queste caratteristiche. In primo luogo perché si tende a spingerli a forza in un unico grande contenitore, ma spesso si rivelano tutto fuorché identici tra di loro. E il refrain del “carattere” o della “naturalezza espressiva” finisce per avere lo stesso valore informativo di un “abbastanza morbido”. In secondo luogo perché una valutazione in qualche modo “mediana”, della serie né sgorbio né capolavoro, viene percepita il più delle volte banalmente pilatesca da una parte e dall’altra della barricata. E’ un altro tipo di sintesi, allora, quella che sempre di più ci si deve forse sforzare di rappresentare, superando dichiaratamente lo schema buono-cattivo, difettato-corretto. Non è più questione di convincere un uditorio o difendere una coerenza interpretativa, ma di recuperare la medesima serena disponibilità con cui proviamo a consigliare un amico alle prese con una bottiglia che non conosce. Procedendo per livelli, poiché non sempre quello che si cerca è una storia complessa e contraddittoria, né ci si può permettere di sottintendere che linearità e “normalità” sono necessariamente sinonimi di prevedibilità e omologazione.

Faresti un pessimo servizio a te e ai tuoi amici, mi dico, se volessi convincerli a tutti i costi che il DD ’12 di Tissot è un grande vino senza se e senza ma. Magari pensando, senza dichiararlo, che se non ci arrivano è un problema loro, come spesso ci si conforta quando le discussioni ristagnano. Puoi però provare a spiegargli perché, nonostante il modo non certo usuale con cui questa bottiglia si presenta al prossimo, sulla tua tavola non dura di solito più di qualche minuto. Perché dietro la coltre oggettivamente animalesca, i tuoi sensi avvertono, giustamente o meno non importa, una voce autenticamente “unica” in quello strano rosso, non rapportabile ad altri cliché. Che parla di umori solidi e genera domande: irresistibilmente scorrevole o solo magro? Visivamente, fisicamente, tattilmente, ti sembra faccia di tutto per sembrare un “vinello” eppure è una proiezione che si svela completamente inadeguata per spiegare quella che avverti come lunga e rinfrescante persistenza aromatica e saporosa. E poi, mentre pensi di averlo inquadrato “tecnicamente”, limiti inclusi, ti accorgi che nel finale non c’è nulla di quelle sensazioni amare e asciutte di solito associate al brettanomyces, la prima parola che verrebbe probabilmente in mente ad un enologo davanti a questo vino. La bottiglia finisce e sei ancora lì a cercare una logica, figuriamoci una sintesi magari affidata ad un simboletto. Non è una sensazione che deve piacere a tutti, per fortuna aggiungo io. Basta parlarsi, basta capirsi, e chi se ne frega se non sempre bastano i caratteri di un tweet.

Una risposta a “Arbois poulsard DD 2012 – Tissot Stephane et Benedicte”

  1. spanna scrive:

    Questo bel post, e non sono pochi i suoi scritti che apprezzo, forse più che al vino in sé, mi sembra accennare al cammino accidentato di una parte della critica enologica di fronte alle proposte dei produttori di vino “naturale”. Si cerca di emanciparsi da tutte quelle argomentazioni, sempre le stesse,che animano ( utili?) discussioni attorno ad una bottiglia di tale provenienza, per cercare una prospettiva critica che possa trasmettere elementi di conoscenza e di interesse verso queste proposte senza dover indossare alcuna divisa. Per me l’avvento delle proposte dei produttori “naturali” sono state la possibilità di allargare le mie esperienze nel mondo del vino e hanno ingrandito la mappa dei territori enoici da esplorare. Nel viaggio ogni tanto ci si impaluda ma capita anche di osservare splendidi panorami!

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