21 gennaio 2013 | Alessandro Masnaghetti

Archivio: L’Etichetta e il Barbacarlo. 1991

di A M
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(Erano 21 anni fa. Chi scriveva ne aveva 29. Pezzo di archivio)

Barbacarlo, I vini del privilegio, L’Etichetta, Veronelli, luglio 1991

Raggiungiamo Barbacarlo, tormentato cru pavese – legislativamente parlando – e geograficamente inaccessibile, a bordo di una Campagnola. Parlando Lino Maga sembra scandagliare tutte le possibili aberrazioni della legge 930 sulle denominazioni di origine – sebbene la certezza che esistano mille nuove altre iniquità enoiche di questo tipo mi fa rabbrividire ancora di più. Avvocati, denunce, appelli, Corte Costituzionale, anni e soldi spesi per affermare il sacro santo diritto di riportare, lui solo, il nome Barbacarlo in etichetta perchè, ancora lui, unico e vero proprietario della vigna a cui quel nome fa documentato riferimento. Non voglia tuttavia approfondire tutti i passi che hanno condotto alla definitiva soluzione del problema perchè esiste in merito un articolo esauriente – e penso che molti vignaioli saranno interessati – scritto da Francesco Arrigoni e pubblicato sul numero 2, maggio 1987, de “Il Consenso”, trimestrale del Seminario Permanente Luigi Veronelli. Riporto invece unicamente quei pochi e incontestabili dati che da soli riusciranno a fugare ogni dubbio.
La prima notizia di questo vigneto risale al 1785 ed è tratta da un atto notarile che ce lo assicura, con il nome di Porei, di proprietà della famiglia Maga. Nel 1884, ancora atti alla mano, Carlo Maga, donò quel podere ai nipoti che 1886 decisero di mutarne il nome in Barbacarlo, in onore del munifico zio (Barba, in dialetto) Carlo. Da quell’anno il nome è rimasto impresso sulle mappe catastali, foglio XXIII del comune di Broni ed indissolubilmente legato a quel vigneto di soli 4 ettari suddiviso in una miriade di particelle: 233, 234, 248, 249, 250, 217, 382, 215, 216, 236, 213, 214, 238, 245, 379, 380, 389, 240, 232, 231, 418, 220, 385, 221, 386, 218, 219, 383, 384, 228, 229, 237, 241 e 387.
Ma Barbacarlo, gioia e dolore di Lino Maga, porta con se anche la fatica fisica, quella fatica che si sopporta solamente perchè ripagati dall’eccellenza del risultato. Torniamo perciò al presente. Con l’insostituibile Campagnola imbocchiamo via Recoaro, in realtà – come da mappa – strada vicinale di valle dei Maga e proseguiamo fino a raggiungere un piccolo agglomerato di case dove imbocchiamo la strada vicinale del Barbacarli; da qui sempre più su fino al punto in cui nemmeno le quattro ruote motrici riescono ad assisterci. Non resta che una sana camminata fino ad un piccolo slargo usato in vendemmia. Da qui è tutto più chiaro, non ultimo come le persone addette allo sfalcio dell’erba non amino addentrarsi tra questi filari. La pendenza è mozzafiato, specie per chi deve eseguire i lavori manualmente, ed il dislivello, partendo dalla sommità posta a circa 310 m s.l.m., è di circa 150 metri, l’esposizione è invece sud-sud/ovest. Da questo punto in su il fianco della collina, a parte una sottile striscia di bosco che scende verso valle, è tutto vitato; nella parte sottostanet la vigna è meno uniforme e in alcuni tratti è evidente come il bosco, per lo più piante infestanti come la robinia abbia negli anni lentamente inglobato i filari fino a ridurre la superficie coltivata agli attuali 3 ettari. Il futuro prevede un lavoro di scasso e di sistemazione del terreno nei punti abbandonati in modo da creare terrazze profonde 7-8 metri in grado di ospitare 2-3 filari di vigna e di permettere l’uso di un piccolo trattore. Attualmente i filari sono disposti su piccoli ciglioni perpendicolari alla linea di massima pendenza, sostenuti dai tradizionali pali legno e distanziati tra loro di circa due metri. I ceppi sono diposte sulla fila a distanza variabile da 70-80 cm, tipica dei vecchi ikpianti della zona, a più di un metro perchè nno sempre le viti arrivate a fine ciclo produttivo – l’età varia da 15 a 50 anni e più – sono state sostituite. Il portainnesto utilizzato è solamente Rupestris Du Lot – era il padre di Lino Maga che di anno in anno preparava gli innesti – mentre la forma di allevamento assomiglia ad un Guyot che, secondo la vigoria della pianta, presenta uno o due tralci a frutto rinnovati ogni anno e un carico di gemme per ceppo che varia da 10 a 18. La disposizione dei vitigni lungo il fianco della collina – coratina 55%, uva rara 20%, ughetta 20% e barbara 5%, che si ritrovano in identica percentuale nel vino – rispetta rigorosamente la tradizione locale, e di questa vigna particolare, che vuole la croatina – della varietà “nod curt”, cioè con una distanza tra le gemme sul tralcio inferiore rispetto ad altri cloni meno pregiati di questo vitigno – fino a metà collina, l’ughetta a tre quarti e l’uva rara alla sommità, rispettando così le diverse esigenze termiche dei singoli vitigni. Il fondo è mantenuto inerbito e lo sfalcio, come si può immaginare, viene eseguito a mano così come la lavorazione in prossimità del ceppo, fatta di anno in anno con la zappa. L’unico problema fitosanitario è dato dall’oidio e viene risolto con tre o quattro trattamenti con zolfo in polvere irrorato con la pompa a spalla. Il terreno è costituito da uno strato tufaceo poco profondo – circa 80 cm – appoggiato su uno strato di roccia compatto che costituisce la particolarità di questa collina. La forte pendenza unita alle esposizione fanno sì che, anche in annate non particolarmente siccitose, la pioggia “sia attesa come la manna”. La vendemmia si effettua in genere verso la fine del settembre ed in un solo passaggio. Nello spazio di circa tre giorni vengono raccolte contemporaneamente croatina, uva rara, ughetta e barbera emesse in ceste di circa 10 chili che vengono convogliate in un punto del vigneto dove, con operazioni tramandate da padre in figlio Lino Maga effettua la selezione delle uve prima di metterle in ceste più grandi che vengono trasportate in un punto più avalle con apposite slitte in alluminio. Ogni scelta, ogni gesto sono fatti nel completo ripetto della tradizione e la tecnica di cantina non poteva sfuggire a questa regola. Le ceste arrivano, l’uva viene piaggiata e messa a fermentare – senza aggiunta di bisolfito tranne in casi estremamente eccezionali e di lieviti – in botti da 15 – 20 quintali avendo cura di mantenere il cappello sommerso e di non effettuare rimontaggi. Dopo 8-10 giorni la svinatura, il travaso in vasche di cemento, la pulizia delle botti che vengono di nuovo riempite con il vino. Seguono altri due travasi dopodiche, da gennaio a maggio, tutti i travasi avvemgono in luna calante così come l’imbottigliamento che si esegue in genere a maggio. Le bottiglie vengono conservate coricate per circa 50-60 giorni e poi riportate in posizione verticale. Il vino, all’assaggio, non poteva essere altrimenti: l’incontro dell’uomo e della vigna, il concentrato di anni di sforzi e di lotte. Ha forza contadina e mani vissute, solcate, lo puoi godere in prima giovinezza ma se l’annata è solo buona, compone, conserva, quasi amplifica nel temp ola sua forza e il suo impeto. Non a caso la maggiora soddisfazione mi viene da un compiuto 1979 – annata buona appunto, non eccelsa – ancora vivo e scalpitante che mantiene inalterati i tratti dei suoi più giovani successori, facendosi allo stesso tempo completo. All’analisi si presenta di colore rosso rubino intenso con alcune sfumature granato/violetto. Serio, intenso e vinoso al naso. Al palato stupisce: pieno, generoso con leggerissima vivacità, sincero e potente che non avverte più le asperità della gioventù, acidità e astringenza che chiudono senza indurire, tenue, continuo e coinvolgente ammandorlato. I dati analitici per l’annata 1979 sono: gradazione alcolica complessiva 14%, gradazione svolta 12,6%, ph 3.26, acidità totale 7.87 gr/l, acidità volatile 0.36 gr/l. Un’ultima annotaizone: il vino a partire dal 1958 è stato prodotto in tutte le annate – la produzione media è di 25-30.000 bottiglie – e a dimostrazione dell’unicità di questo produttore nel 1977 e nel 1984 è stata riportata in etichetta una piccola scritta rossa: “attese le condizioni atmosferiche sfavorevoli il prodotto non è adatto a lungo invecchiamento”.

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