17 marzo 2014 | Paolo De Cristofaro

Barbaresco Boito 2004, Rizzi

di Paolo De Cristofaro
boito rizzi

Ve lo dico subito: se cercate una qualche forma di ragionamento “laterale” scaturito dall’apertura di una bottiglia, passate oltre. Questo è uno di quegli inutili post dove la bevuta produce un unico banalissimo commento: buonissimo. Oppure, se preferite la versione lunga: porca miseria, che razza di vino, i 18 euro meglio spesi della mia vita, peccato averne acquistato all’epoca solo un cartone da sei. Tutto qua.

La bottiglia in questione è il Barbaresco Boito 2004 di Rizzi, piccola realtà collocata nel cuore dell’omonimo cru di Treiso, appartenente alla famiglia Dellapiana. Un’azienda che ha saputo conquistare crescente attenzione e rispetto negli ultimi anni, uno di quei nomi regolarmente evocati quando gli appassionati si scambiano consigli per gli acquisti langaroli. Soprattutto per chi va a caccia di vini autorevoli e territoriali, perlopiù proposti a prezzi decisamente adatti a conciliare le esigenze del piacere e del portafogli. Sono in tanti a rivendicare la “scoperta” del valore dei nebbiolo (ma anche dei dolcetto e delle barbera) di Rizzi, ma la cantina di Treiso si è ritagliata uno spazio di rilievo grazie soprattutto al passaparola, ad un tam tam molto “social” che ha in qualche modo anticipato i riconoscimenti della critica “ufficiale”.

I Barbaresco della famiglia Dellapiana giocano ormai stabilmente nella serie A della denominazione e sarebbe quanto meno riduttivo parlarne soltanto come esempi virtuosi del rapporto qualità-prezzo. Il Boito 2004 appena riassaggiato è infatti un grande nebbiolo in senso assoluto, in grado di rivaleggiare con le migliori riuscite dell’annata in Langa. A dieci anni dalla vendemmia ha un’impronta fruttata rigogliosa e giovanile, tra lampone e cocomero, buccia di mandarino e melograno, con continui approfondimenti balsamici e officinali, tratti iodati, suggestioni di radici chiare e spezie orientali. Una mobilità olfattiva che si traduce in un sorso arioso e leggiadro, giocato sulla linfa sapida più che sui muscoli, impreziosito da un’estrazione tannica tremendamente aggraziata. Non ha forse la potenza gustativa saturante di altri fuoriclasse, ma se c’è una letteratura consolidata ad indicare nell’eleganza il tratto distintivo dei Barbaresco rispetto ai Barolo, qui le conferme ci sono tutte. E’ in una fase espressiva a dir poco felice e nonostante sia ancora lontano dall’apice evolutivo, vale decisamente la pena di mettere mano al cavatappi, sacrificare qualche bottiglia della scorta e goderne senza pensieri. E senza necessità di accompagnarlo a tavola con uno stracotto di muflone.

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