22 settembre 2012 | Mauro Erro

Cirò rosso Classico Superiore 2009, ‘A Vita

di Mauro Erro
defranco

Ci sono vini che ti prendono e ti portano via.
Non accade sempre e neanche spesso, ma accade. Fanno da detonatore e in un attimo, neanche te ne sei accorto, sei già assorto in visioni, lo stomaco ti si chiude per le emozioni che ti assalgono. Rimane giusto lo spazio per un goccio di vino e ad ogni sorso, proprio dallo stomaco, s’irradia un’energia invisibile ma inesorabile che alimenta visioni disegnate dai sapori e dai profumi. Certo, l’alcol in questi momenti può essere complice e compare, ma con i vini di cui parlo io adesso non ti serve ed è persino inopportuno.
Non ti capita solo con il vino, ti può succedere mentre ascolti la radio e ad un tratto, tra capo e collo, ti capita quel pezzo che ti catapulta in un’altra dimensione, in un altro momento, delle volte persino in un’epoca lontana e distante sconosciuta a te. Ti può capitare in altre centinaia di occasioni e travestite da rapitore, di volta in volta, possono presentarsi le cose più disparate. Ma il vino è infimo, se così si può dire; o, se mi passate il concetto, possiede un forte senso dell’ironia, di sarcasmo quasi: più bevi e più è peggio. Più bevi e più le visioni e i ricordi diventeranno sfocati, fino ad arrivare ad un’amnesia più completa quando si esagera perché rapiti da se stessi.
Una vera e propria tragedia. Perché il vino è sempre una prima volta, ogni bottiglia fa storia a sé. È un attimo che, se si è fortunati, si ripeterà un certo numero di volte.
Ma è sempre una prima volta. E dimenticare una prima volta è indubbiamente una tragedia.

Fin qui credo di essere stato comprensibile, non un oracolo, vero, ma tutti i buoni bevitori avranno ben capito cosa dico.

Il punto è che a fregarti è la bellezza. Perché come ha scritto Wilde “la Bellezza ha tanti significati quanti umori ha l’uomo. La bellezza è il simbolo dei simboli.”
Questo vino è innanzitutto innervato di una sbarazzina giovinezza e permettetemi di aggiungere che lo dico con cognizione di causa. Per quasi un ventennio ho fatto parte di quella rumorosa truppa di troppi napoletani che invadeva le coste calabre durante le vacanze agostane. E ricordo perfettamente le tante bottiglie di Cirò rosso che si compravano al supermercato perché tenessero compagnia durante i falò sulla spiaggia. Quando si beveva solo per sentirsi eroici.
Vini avvolti da incrostazioni di vecchiume, ossidati, affinati in pessimi legni, amarissimi. Sì anche all’epoca c’erano buoni vini. Pochi, ma c’erano.
Ma questo è palesemente un’altra cosa.

La bellezza è dotata di luce. Una luce forte, persino accecante, capace di regalare bellezza alle cose intorno e cancellare le ombre. Può essere persino ingannevole, calarti in uno stato di euforia e farti sorridere gli occhi con cui guardi.

Il gaglioppo è un’uva meravigliosa e affascinante, ma anche scorbutica. È talmente compatto e serrato che la sua maturazione è un affare complicato: qui alcune estati il sole ti indurisce la pelle in un attimo.
E nei vini lo senti. O sentori di cotto o nel caso opposto profumi vegetali talvolta tanto pungenti da farti arricciare il naso.
E invece questo no.
È rubino trasparente, un vino delicato ma intenso al tempo stesso, con accenni di frutta rossa e pennellate di fiori scuri al naso, glicine in particolare, profumi di resine ed erbe, di richiami finanche orientali. Il tutto fasciato da una sorta di candore primaverile. Alla bocca riempie di sapore con pienezza, riuscendo a innervare un corpo tenero e carnoso di luminosa energia. Lascia la bocca fresca e pulitissima. Ed è proprio difficile resistergli.

Non si incontrano spesso questi vini, belli, bellissimi, tanto da provocarti un sussulto, da annullare qualsiasi tipo di convinzione, di modificare il significato delle parole tanto da farti sentire stupido quando discetti di grande e piccolo vino o storie del genere. Sono vini molto difficili da raccontare, da ingabbiare in un numero, da descrivere compiutamente con i vocaboli che si conoscono.
Sono eccezioni. Quelle che tutti noi cerchiamo.

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