3 aprile 2012 | Francesco Falcone

Clos du Marquis 2007, Château Léoville-Las Cases

di Francesco Falcone
closdumarquis

A Saint-Julien, nel Médoc, i vigneti più importanti occupano delle brevi collinette ghiaiose così basse che in un contesto orografico diverso (ovvero non pianeggiante come quello médocain) non meriterebbero neanche l’appellativo di “collinette”.

Gli esperti dicono che quando si risale verso l’abitato e lo si attraversa, i vini si fanno sempre più corposi e rotondi, e si esprimono come un momento di transizione tra l’eleganza del Margaux e il vigore del Pauillac.
E mi sembra che la sintesi sia condivisibile.

Fiore all’occhiello del comune/denominazione è senz’altro la trilogia dei Léoville – tutti secondi cru classificati nel 1855 – che un tempo appartennero a un unico proprietario, un certo Blaise Alexandre de Gasq, signore di Léoville e presidente del parlamento di Bordeaux nel diciottesimo secolo.

Uomo politico sagace, acquisì la proprietà per via di un matrimonio (d’amore o d’interesse? Non ci è dato saperlo) e diede ad essa il suo nome. L’immensa tenuta fu divista dopo la Rivoluzione Francese: una parte andò a Jean de Las-Cases, membro della famiglia Léoville; un’altra a Hugh Barton, un mercante irlandese di vino che ne comperò degli appezzamenti tra il 1821 e il 1826; la terza alla famiglia Poyferré. Da allora Léoville-Las-Cases, Léoville-Barton e Léoville-Poyferré sono sempre rimasti separati.

Nel corso degli anni Venti del Novecento, Léoville-Poyferré pare fosse il più quotato dei tre: la letteratura dell’epoca tesse le lodi a un 1929 leggendario, ma già negli anni Quaranta era opione generale che gli altri due lo avessero superato.

Dopo la guerra e sin dopo il 1950, quando furono impiantate nuove viti in tutta la proprietà, anche la qualità di Las-Cases lasciava a desiderare, senonché nel 1959, grazie all’avvento del professor Émile Peynaud, enologo e docente della facoltà di Bordeaux II, le cose cambiarono drasticamente. E in meglio.

Si comperarono nuove botti e la fermentazione sulle vinacce fu spinta da dieci giorni a tre settimane, cosa che ovviamente sulle prime rese il vino più duro ma che alla lunga diede vita a rossi più ampi e armonici nel tempo. Grazie a Peynaud e a quei miglioramenti, il Léoville-Las-Cases conquistò un livello di eccellezza assoluta – pari a quello di un primo cru – che si tradusse in una serie di annate da sogno, inaugurate con un 1966 a detta di molti esperti talmente grande da risultare fuori dall’ordinario.

Ho bevuto a pranzo, venerdì scorso, il secondo vino di Las-Cases, il Clos du Marquis 2007, acquistato da Fabio Balan (fabio@balan.it): di densità setosa, di raffinatezza tannica esemplare, di purezza aromatica superiore a molti cru classificati, è un Bordeaux che ti rinconcilia con la zona, che si lascia bere senza sosta, che ingolosisce ad ogni sorso. Da applausi.

Insieme a Les-Forts-de-Latour, si conferma il miglior second vin di tutto il Médoc.

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