2 January 2014 | Paolo De Cristofaro

Taurasi Riserva 1961, Mastroberardino

of Paolo De Cristofaro
taurasi 61

Dopo anni di insegnamenti (e discussioni) su lacrime e archetti, unghie e riflessi, negli ultimi tempi sembrano quasi del tutto sparite nei racconti vinosi le annotazioni di carattere cromatico. La triade dell’analisi organolettica resta tutto sommato in sella, ma al cosiddetto “aspetto visivo” viene riservato uno spazio sempre più marginale, perlomeno in rapporto a quello dedicato ai tracciati aromatici e gustativi. O meglio, ci si sofferma sulle forme che il vino assume davanti ai nostri occhi soprattutto quando vi si intravede un potenziale sinestetico in linea con le attuali parole d’ordine stilistiche. Fateci caso: il rubino trasparente e brillante (anche “pinotteggiante”) non è mai stato tanto protagonista, mentre il violaceo-nerastro cupo e impenetrabile che affollava le schede di un decennio fa sembra ormai un desaparecido della tavolozza. Ma non è solo questione di mode e tendenze: che lo si scriva o meno, resta – eccome – un valore conoscitivo di straordinaria sintesi ed efficacia nell’approccio visivo. Che vale con le persone come con i vini: i nostri occhi ci dicono delle cose, la prima impressione può essere sbagliata, ma altre volte è tremendamente giusta. Solo confermata o addirittura rafforzata dagli step successivi di ascolto, approfondimento, condivisione.

Una lezione che sono costretto a ripassare ogni volta che ho davanti un “vecchio” Taurasi della famiglia Mastroberardino. E’ prima di tutto nella sua “fisicità” che finisco per perdermi, quasi ipnotizzato da quella tinta che non so definire, da quella trama che non so dipanare, da domande a cui non so rispondere. La Borgognata 2011 di Giancarlo Marino (link al precedente post) mi sembrava un’occasione giusta per stappare l’ultima bottiglia presente in cantina della Riserva 1961. Era la terza volta che la bevevo e ne conservavo un ricordo meraviglioso, specialmente di quella assaggiata durante una straordinaria verticale tenuta in azienda qualche anno fa, con ventiquattro millesimi in rappresentanza di sette decenni e un irreale 1934 a chiudere il cerchio. In quella circostanza mi sembrò addirittura più trascinante della mitica Riserva ’68 e il flashback non è stato certo offuscato nemmeno nella serata romana, nonostante il viaggio e le incognite sulla conservazione di una bottiglia acquistata recentemente.

Una sinfonia di terra e spezie, radici ed erbe officinali, a cui l’ossigeno regalava gioventù floreale ed agrumata col passare dei minuti, resettando per l’ennesima volta tutte le pseudo-certezze sull’aglianico, sulla sua capacità di dialogare col tempo ma soprattutto sulla sua vera indole. Che è quella di un guerriero, certamente, ma di stirpe nobile, che può scegliere di non affidarsi solo alla spada e ai muscoli per condurre le proprie battaglie. Chi ha avuto la fortuna di assaggiare i Taurasi di quell’epoca, sa bene che non c’è nessuna perversione di tipo eno-archeologico quando si mette mano al cavatappi: questi sono vini “vivi”, contemporanei, nel pieno delle forze, da godere a tavola senza inutili cerebralismi. Nella complessità aromatica, nella suadenza del frutto, la potenza sapida, la seta dei tannini, la bevibilità gioiosa e rilassata. Ed è tutto già lì, in quel rosso che non è rubino né granato né aranciato, in quella fibra cromatica che non è trasparente e non è schermata, in quella luce che non è nord e non è sud.

Non riesco a distogliere lo sguardo dal bicchiere mentre i commensali gli rendono onore senza tante chiacchiere. E mi rendo conto una volta di più che quello che c’è da capire e raccontare su questo vino (e sui suoi fratelli, vecchi e giovani) è tutto esterno al calice, ed ha davvero poco a che fare con una sequenza di riconoscimenti e descrizioni.

Non riesco a distogliere lo sguardo mentre mi chiedo se un Taurasi così ha avuto modo e tempo di lasciare eredi, se sono realmente figli suoi, nel cuore ancor prima che nel dna, quelli che ne rivendicano oggi lo stesso nome, se è solo la distanza temporale (o una nostra miopia) a farli apparire perlomeno eterozigoti. E non è la solita tirata nostalgica sui “vini di una volta che oggi non esistono più”: sono fatti, documenti, testimonianze dirette a richiedere più che mai una ricostruzione attenta, che ci aiuti a capire cosa è accaduto nella denominazione irpina in questo mezzo secolo. Cambiamenti climatici e ristrutturazione viticola, scomparsa di vecchie vigne e cloni tradizionali, voglia di sperimentare nuove strade tecniche e stilistiche: sono solo alcuni dei possibili fili da seguire per ragionare sull’identità del più “storico” dei rossi meridionali.

Ma se possiamo forse venire a capo delle cause, più complicato appare oggi entrare nel merito delle intenzioni. Nonostante un modello espressivo così forte ed autorevole come quello incarnato dalle riserve storiche di Mastroberardino, per di più verificabile concretamente grazie ad una reperibilità non certo virtuale per bottiglie di oltre trent’anni, faccio fatica ad individuare interpreti realmente decisi a far rivivere nei Taurasi del 2000 quelle atmosfere, quella brillantezza, quella eleganza. Magari non è davvero più possibile, magari troppe cose sono cambiate per poter solo pensare ad un aglianico territoriale e longevo da 12 gradi o giù di lì, giusto per semplificare e capirci. Ma l’impressione è che non ci sia più nessuno disposto davvero anche solo a provarci, al di là degli slogan e delle parole ad effetto.

Forse è anche per questo che, davanti a vini del genere, faccio più fatica del solito a lasciarmi andare al mero godimento sensoriale: resto a guardare, quasi a centellinare ogni sorso con la sensazione non certo piacevole che le scorte per quelle emozioni si stanno esaurendo e non ce ne saranno altre a rimpiazzarle senza tanti rimpianti. Forse vale la pena di ragionarci ancora: ci ritorneremo.

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