24 gennaio 2014 | Paolo De Cristofaro

Enogea 52. Vintage: 1984

di Paolo De Cristofaro
1984

C’era una volta la vendemmia a una stella

Io lo so perché non ci hanno fatto il film. Eppure gli ingredienti per il blockbuster sbanca botteghini c’erano tutti, più o meno. Un ufficiale dell’aviazione americana, reduce della Corea e del Vietnam, che a quasi sessant’anni si era messo in testa di aggiungere un nuovo record alla sua già strabiliante collezione. Era stato il primo uomo ad essersi lanciato dalla stratosfera, completando il salto più “alto” (da 31.330 metri) e veloce (988 Km orari in caduta libera) della storia, almeno fino a Felix Baumgartner e alla sua missione Red Bull Stratos del 2012. Sarebbe diventato anche il primo folle ad attraversare in solitario l’oceano Atlantico con una mongolfiera ad elio, dopo 72 ore di lotta fisica contro il vuoto e le correnti. Ma ora guardiamola da una prospettiva hollywoodiana: il marines dalle mille cicatrici già eroe nazionale, perfect; una nuova estrema impresa da compiere, wonderful; la partenza da Caribou, nel Maine, con il Segretario alla Difesa, il Governatore e la fanfara, sooooo yankee; l’epica della sfida ìmpari all’aria e al mare, felicemente saccheggiata fin dai tempi di Charles Lindberg e dal suo volo in un monoplano di nome Spirit of Saint Louis. Non mancava niente per il colossal, non trovate? Ma come sa bene chi pratica la politica, le correnti sono imprevedibili. E il temerario Joseph William Kittinger non trovò la grandeur di Parigi ad accogliere il suo trionfo come l’illustre predecessore, né una plaza iberica ammantata a festa e men che meno un composto corteo di gentlemen in tuba e tight schierato sulle rive del Tamigi. E voi ce lo vedete, che so, un Harrison Ford nei panni dell’aviatore americano terminare la sua avventura a Cascinazzo di Cairo Montenotte? Perché è qui, in questo borgo dell’entroterra savonese, che Kittinger fu costretto ad atterrare tre giorni e tre notti dopo il suo decollo, alle ore 14:08 del 18 settembre 1984.

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Joseph Kittinger – 16 agosto 1960

La Val Bormida è un posto splendido, capiamoci, ma la Red Bull che ti mette le ali all’epoca non era stata ancora inventata e, siamo onesti, un pilota sveglio da 72 ore in bilico sull’oceano ha diritto perlomeno al bacio della miss. Ad aspettarlo sul traguardo di fortuna1, invece, c’era solo un contadino mimetizzato con le pennellate olivastre di quelle colline, che non si scompone e a momenti nemmeno si accorge dell’insolito aerostato. Perché il tempo è prezioso, ligure o non ligure, le articiocche da spuntare parecchie e Giobatta Sciaccaluga ne ha viste troppe quell’anno per sorprendersi, come dichiara ai cronisti che raccolgono la prima testimonianza del record:<<A l’amu avüû a nëva, a gragnöra, a ciöva pé trei mexi: u çê u n’a mandou de tüttu, perché devu preuccüpame de in furestu insciu in balun vulante?>>
Logica ferrea, quella del contadino Giobatta. Che forse non è mai esistito, chi può dirlo, ma quella tetra primavera-estate-autunno purtroppo sì. Al punto che ancora oggi si materializzano in automatico i più fantasiosi gesti apotropaici al solo nominarla in presenza di viticoltori, produttori, affini. Dici 1984 ed evochi quella che è stata probabilmente l’ultima vera annata trasversalmente “disastrosa”, almeno da un punto di vista climatico ed agronomico, per il vino italiano. Da Vipiteno a Sciacca, da Crissolo Monviso a Riccione, oltre sei mesi di freddo, pioggia, capricci e bufere assortite: più un Camel Trophy che una vendemmia, una vera impresa tirar fuori un liquido minimamente bevibile. Il neo arrivato 2014 coincide con il trentennale di quella sfortunata raccolta, ma il tempo trascorso sembra molto di più, fuori e dentro il vino. Un’epoca completamente diversa, quasi preistoria, per l’universo vitienologico italico, un’era in cui ancora potevano esistere, per limiti umani e meccanismi comunicativi, le ormai estinte “vendemmie a una stella”. Ne aleggiava lo spettro la scorsa estate, quella mai davvero arrivata del 2013, che in poche settimane già si è trasformata nel racconto di vignerons e tecnici in un promettente spartito di vini “freschi” ed “eleganti”. La scaramanzia e la disabitudine a lunghe stagioni bagnate e senza anticicloni africani avevano probabilmente sovradimensionato allarmi e previsioni in prima battuta. Ma è altrettanto plausibile un presente che nei fatti, e non solo nei desiderata degli uffici stampa, non prevede più millesimi completamente da cassare. E non c’è nemmeno bisogno di spiegare il perché, ricordando una penisola lunga oltre mille chilometri e variabili, equipaggiatasi a 360 gradi nel frattempo. Non ci sono controprove certe, e mi auguro non ci sia mai l’occasione per verificarlo, ma sono ragionevolmente convinto che, se dovesse ripetersi oggi l’andamento climatico del 1984, non finirebbe….

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