3 aprile 2014 | Paolo De Cristofaro

San Giusto a Rentennano: Percarlo

di Paolo De Cristofaro
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C’è voluto un po’ di tempo per lasciar sedimentare le tante e per nulla lineari sollecitazioni scaturite in uno splendido sabato di inizio febbraio. Quando ci siamo trovati al ristorante San Giorgio di Umbertide con altri amici per onorare la bella degustazione allestita da Ezio Bani, molto più di un giovane e competente enotecaro. Il suo profilo per molti versi fuori dagli schemi è ben raccontato da Antonio Boco nel post pubblicato più “a caldo” su Tipicamente, al quale vi rimando anche per i flash pienamente condivisi sugli assaggi più interessanti emersi durante l’articolata ricognizione sul tema San Giusto a Rentennano. Una sorta di “diagonale” anarchica, con diverse annate delle etichette più conosciute ed apprezzate prodotte dall’azienda di Gaiole in Chianti, appartenente dal 1914 alla famiglia Martini di Cigala. Senza un apparente ordine tematico e temporale, ma con un continuo avanti e indietro tra l’oggi e il recente passato, tra i merlot de La Ricolma e i Chianti Classico (il “base” e la selezione Le Baroncole Riserva), passando per il sangiovese in purezza del Percarlo, proposto in gamma dall’annata 1983 e da molti considerato uno dei più importanti supertuscan di “seconda generazione”.

Proprio al Percarlo era dedicata la “polpa” del focus: ben sette millesimi scelti da Ezio in una finestra di 18 anni, partendo dal 2008 e risalendo al 1990, con il 2006, 2004, 1999, 1998 e 1997 a fare da tappe intermedie. Un piccolo grande viaggio che, come detto, ha generato più domande aperte che risposte, con un saliscendi di sensazioni nei fatti analogo alla sequenza jazz della verticale. Non è un caso, insomma, se il Percarlo sia da tempo uno dei rossi chiantigiani che più polarizzano letture e valutazioni tra critici e appassionati, con sintesi in alcuni casi totalmente antitetiche. Da una parte c’è chi lo considera un punto di riferimento assoluto dal punto di vista storico, territoriale e stilistico per il sangiovese toscano, dall’altra c’è chi lo identifica come espressione fin troppo carica, materica e “moderna”. Forum enoici, blog, bacheche Facebook sono piene di discussioni sorte attorno al Percarlo, il più delle volte estremamente animate e risoltesi in una specie di “muro contro muro”. Il bello è che non è per nulla facile delineare a priori il profilo degli “estimatori” e quello dei “detrattori”. Amano il Percarlo, anzi lo adorano, una serie di appassionati che di solito cercano in Chianti Classico atmosfere assai più verticali e rarefatte; là dove restano paradossalmente più tiepidi bevitori che generalmente apprezzano – parecchio – rossi di calore e struttura. Non ce la caviamo, insomma, con la consueta divisione dell’enomondo fra tradizione e innovazione, eleganza e potenza, perché i fan e i critici del Percarlo si collocano trasversalmente in entrambi gli “schieramenti”, ammesso che ancora abbia un senso oggi dividersi in gruppi quando ci si confronta sulle proprie preferenze.

A me sembra, al di là della specifica degustazione in questione, che in qualche modo abbiano tutti ragione. E non è una sintesi pilatesca, al contrario: il fatto è che categorie come grande-piccolo, buono-cattivo non hanno davvero alcun senso se non si chiarisce la prospettiva, il terreno di gioco, il punto di osservazione. La prima e forse più importante distorsione che si accompagna ogni volta nelle discussioni fiume sul Percarlo, da una parte e dall’altra, deriva dalla tendenza a suggerire gerarchie sangiovesiste tra espressioni del tutto imparagonabili. Siamo a Gaiole, ma si tratta di una zona per molti versi unica nel panorama chiantigiano, se vogliamo “atipica”, dal punto di vista pedologico, climatico, analitico. E’ una selezione di vigna che nasce in un’area estremamente calda, da parcelle esposte a sud e collocate intorno ai 270 metri di altitudine su terreni di matrice argillosa, ricoperta nei primi due-cinque metri da sabbie plioceniche e ciottoli tufacei. Se riconosciamo un valore informativo nelle premesse ambientali, allora non ha certo molto senso attendersi da un’area come questa lo stereotipo del sangiovese “raddiano” tutto scheletro e dettagli. Bisogna essere pronti a misurarsi nel bicchiere con un rosso di stampo inevitabilmente sudista, orizzontale, poderoso. Fieramente toscano e chiantigiano per alcuni, dunque, più “controverso” e sfuggente nella sua identità stilistica per altri. Un sangiovese che sembra appartenere caratterialmente più a certe declinazioni di Castelnuovo Berardenga che al paradigma “classico” di Gaiole in Chianti. Quando lo si assaggia alla cieca, tuttavia, capita spesso anche ai più esperti di collocarlo addirittura in altri distretti: alzi la mano chi non ha mai pensato Montalcino e perfino Langa davanti ad un Percarlo bendato. Errori “intelligenti” in buona misura, perché c’è quasi sempre una declinazione mediterranea e rigogliosa, di spalla e sapidità, che può richiamare la voce del sangiovese ilcinese come lo frequentiamo in alcune zone del quadrante sud. Così come la tempra fortemente austera, costantemente condensata nella fitta dotazione tannica, si accompagna in alcune versioni a timbri decisamente nebbioleschi, non così diversi da quelli che incontriamo nei Barolo più materici ed arcigni.

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A volte ho l’impressione che gli si chieda di essere quello che in nessun modo può incarnare o diventare, ma è altrettanto vero che la sua espressività è ulteriormente enfatizzata per effetto delle scelte agronomiche ed enologiche portate avanti a San Giusto a Rentennano, pur con qualche progressiva rimodulazione. Quella del Percarlo è l’ultima raccolta (Vin Santo a parte) che viene effettuata in azienda, dopo una potatura verde che mira a limitare le rese a non più di un chilo di uva per pianta. Aggiungiamoci macerazioni praticamente mai inferiori ai 30-35 giorni, i frequenti délestage, il lungo affinamento in barriques per quasi due anni ed ecco che il cerchio si chiude ulteriormente: il Percarlo è il Percarlo non solo per i luoghi dove prende forma, ma anche perché è così che viene interpretato dalla famiglia Martini di Cigala.

Ciò non vuol dire naturalmente che, bottiglie alla mano, debba poi conquistare ed entusiasmare tutti allo stesso modo, anche in virtù di percorsi temporali piuttosto sincopati, difficili da seguire e prevedere. Da una parte bisogna fare i conti con un’evoluzione lentissima, per molti versi simile a quella di certi bordolesi più che a quella a cui siamo abituati con i sangiovese di zona classica. Dall’altra è ancora più complicato del solito tentare una valutazione “definitiva” su vini che si muovono moltissimo anche in periodi ravvicinati, con continue e repentine finestre di apertura e chiusura. Fasi, non soltanto giovanili, in cui l’apporto del rovere si fa sentire, a prescindere dalle individuali soglie di “tollerabilità”, sommandosi al ricco impianto glicerico-estrattivo e perdendo a volte più di qualcosa sul piano della facilità di beva. Capita però che la stessa annata, riassaggiata a distanza di tempo o magari riaffrontata semplicemente dopo qualche ora di prolungata ossigenazione, regali impressioni quasi opposte. Intendiamoci, il Percarlo non diventa quasi mai un peso piuma, ma in alcune riuscite sorprende proprio il modo con cui la sua forza materica trova sbocco in un canale di sapore, linfa, respirabilità. Quando il Percarlo si rilassa, insomma, è davvero difficile contestare i suoi estimatori: il problema è che a volte sembra proprio un rebus definire con quali tipologie di millesimo può accadere e in che momento.

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In occasione di precedenti verticali, erano sembrati emergere come punti fermi per spiegare le doti più belle del Percarlo versioni “compiute” come ’85, ’88 o ’90, presunti millesimi “minori” come il ’91 o il trittico tremendamente austero e fascinoso ’93-’95. Sulle uscite più recenti continuano invece a mischiarsi le carte, proprio a testimonianza di quanto sottolineato poco sopra: nella ricognizione di Umbertide, per esempio, sembravano avere una marcia in più il ’98 e il 2004, tanto luminosi ed energici quanto cupi ed asciutti apparivano invece ’97 o ’99, assai più convincenti in altri momenti, là dove una gioventù quasi primaria si manifestava in 2006 e 2004. Una batteria come detto ricca di spunti, che spero ci sarà ancora modo di indagare grazie alla passione e alla generosità di operatori appassionati come Ezio. Al quale sono particolarmente grato anche per aver inserito come “fuori programma” il vino che più di tutti avrei avuto voglia di ristappare e ribere la sera stessa. Un magnifico, struggente, emozionante Chianti Classico “base” ’99: senza nulla togliere al Percarlo, è il tipo di sangiovese con cui mi rendo conto di trovarmi maggiormente in sintonia. Col suo passo delicato e goloso, tutto giocato in sottrazione, innestato su un’anima floreale e balsamica di spettacolare armonia e complessità. Non c’è bisogno di ribadirlo, ma se San Giusto a Rentennano è riuscita relativamente in poco tempo a conquistare uno spazio di primo piano nel suo comprensorio, il merito va probabilmente cercato anche nella sua capacità di rivelarsi una grande azienda dai tanti volti e di parlare a sensibilità totalmente polarizzate. E forse è questo ciò che più conta nello scenario attuale.

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