30 marzo 2012 | Mauro Erro

Sancerre L’Autentique 2010, Thomas-Labaille

di Mauro Erro
sancerre

Il piccolo villaggio di Chavignol ti accoglie sonnolento e silenzioso appena passato il ponte di Saint-Thibault sulla Loira, il più lungo fiume di Francia, che lì defluisce pacato come se non volesse disturbare la quiete in cui raccolti stanno ettari ed ettari di vigna, 2.700 se ne contano nell’intero comprensorio, adagiati sulle colline intorno ai tranquilli villaggi intenti a scrutare il sole.
Di questi 2700 ettari circa il 75% è ricoperto di sauvignon blanc che nei vini che vi si producono assume una fisionomia ben lontana da quella a cui siamo abituati e da cui lo riconosciamo, difficilmente descrivibile senza fare riferimento alla trama geologica che manifesta almeno una decina e più di matrici differenti di terreni.
A nord di Chavignol, un pendio collinare che prende il nome di Monts Damnés taglia trasversalmente la zona delle Terre Bianche, manifestandosi come, a oltre 70 km di distanza da Chablis, il riaffioramento delle marne kimmeridgiane (qui chiamate marne di Saint Doulchard) che donano ai vini che qui si producono un’indiscutibile finezza e una traccia marina più o meno evidente a seconda del produttore che li vinifica.
Ed è qui che ha vigna Jean Paul Labaille che, da dipendente della compagnia telefonica nazionale, diventa vignaiolo dopo aver spostato la figlia di Claude Thomas, con Edmond Vatan (sostituito oggi dalla figlia Anne) e Francis Cotat (padre di Pascal e zio di Francois Cotat), uno dei “trois Rois Mages”.
Al naso pennella moderato agrumi ed erbe aromatiche, una traccia balsamica, profumi sospinti da un brulichio minerale. In bocca entra squisito, ricco di succo e tirato come una corda ben tesa da un pignolo liutaio, sino al finale asciutto, asciuttissimo, impregnando la bocca di sale. Dopo qualche secondo s’avverte quel borbottio, quel gorgoglio in gola che forse si potrebbe dire mineralità, che inaugura una colata di sapori che risaliranno invadendo la bocca e che più romanticamente riportano alla mente il liutaio che, dato un piccolo tocco a quella corda, la fa vibrare quel tanto che basta a raccontare l’essenza più profonda di questi vini. Ed è proprio in quel momento che ricordi la frase di Pierre Bréjoux, “serve questo per capire il Sancerre, un collo lungo come quello di un cigno”, e ringrazi l’amico che te ne fece partecipe.

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