13 giugno 2013 | Alessandro Masnaghetti

Supplementari

di A M
Caproni_Ca.316

Buttando un occhio al passato, quando le guide dei vini assorbivano la quasi totalità del mio tempo (prima Veronelli e poi l’Espresso), una cosa di cui non ho assolutamente nostalgia sono le degustazioni estive.
Almeno quelle dei rossi.
Gli ambienti condizionati erano una chimera (ricordo solo la Camera di Commercio di Bolzano) e i frigo una vera e propria rarità (e quando c’erano magari “suonavano” come dei Caproni Ca 316 al decollo… vedi Consorzio del Chianti Classico). Ma soprattutto, se ci tenevi alle temperature, dal momento in cui la torre di controllo dava l’ok tutto si trasformava in una vera e propria corsa ad inseguimento. Tempo di entrare nel bicchiere e il vino iniziava a correre, e tu dietro a cercare di ingabbiarlo, o anche solo di inquadrarlo.
Già, perché se non ci riuscivi nei primi cinque minuti erano dolori: l’alcol bruciava, i tannini deragliavano, l’acidità strideva (del legno poi non parliamone) e quello che all’inizio ti sembrava una cosa alla fine non ti sembrava nemmeno un lontano parente. Insomma, lo spauracchio dei supplementari, era all’ordine del giorno. E io i supplementari, francamente, non li ho mai amati.
A parte quelli di Italia – Germania 4 a 3.

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