23 gennaio 2012 | Mauro Erro

Vadiaperti

di Mauro Erro
Raffaele Troisi (Vadiaperti) 1

A Montefredane nel 1984 ci si leccava ancora le ferite dopo il terremoto che aveva distrutto buona parte del paese arroccato sulla collina attorno al castello e il professore di storia Antonio Troisi, in contrada Vadiaperti, fondava l’azienda che dal toponimo prende il nome, la prima in paese, una delle prime in tutta l’Irpinia, proseguendo la vecchia attività di famiglia di selezionatori e coltivatori di uve.
In quell’anno alla camera di commercio di Avellino venivano dichiarati all’albo per l’intera denominazione Fiano di Avellino appena 19 ettari vitati.
A Vadiaperti vi si arriva percorrendo a valle la strada provinciale 242 costeggiando e risalendo il fiume Sabato fino a all’insediamento industriale della frazione di Arcella facendo attenzione ad un piccolo cartello che indica l’azienda: si svolta a sinistra, si oltrepassa il passaggio al livello della vecchia linea ferroviaria e si percorre un sentiero asfaltato che s’inerpica sulla collina mentre alla propria sinistra scorrono le ultime terre del fiano e alla destra le prime della denominazione Greco di Tufo, ubicate nel comune di Prata Principato Ultra.
Da allora e con l’arrivo di altre aziende quali Pietracupa, Villa Diamante, Picariello e in ultima Villa Raiano, Montefredane si scopre cru, laddove abbia senso l’utilizzo di questo termine lì dove, allo stato attuale, gli ettari vitati sono circa una trentina, forse una quarantina, non di più.
Si tratta si una zona collinare di argilla e calcare e più si sale e più si manifesta la roccia viva; le vigne guardano al Sabato e alla valle, impianti che raramente superano i 25 anni di età, allevati a filare con potatura guyot o cordone speronato: 3.000, 3.500 piante per ettaro.
Ho avuto la fortuna di bere tante volte il Fiano di Avellino dell’azienda Vadiaperti, gestita oggi da Raffaele Troisi (in foto), sia la versione base che la selezione, dal cuore del corpo vitato e dalle vigne più vecchie, che oggi prende il nome di Aipierti e un tempo si chiamava vigna Arechi. Vini affilati, taglienti, veramente minerali che abbisognano di tempo per svelarsi completamente, ma che raramente ti tradiscono, soprattutto quando maritati con il cibo. Vera espressione della volontà di Raffaele di rifuggire dalle mode e di raccontare null’altro che la sua idea di vino e la storia della sua azienda. Bottiglie che sfidano il tempo, bevute fino a 20 anni di distanza e che ancora oggi rappresentano, insieme a pochi altri campioni, la memoria storica della vitivinicoltura Irpina e del Fiano di Avellino abbigliata nella classica bottiglia renana.
Cercatele e tenetele da conto.

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