28 marzo 2012 | Mauro Erro

Archivio: Viaggio attraverso i vini di Francia, 1959

di Mauro Erro
accoltifrancia

Era il 1959 quando Piero Accolti, “inviato speciale sempre presente laddove il mondo scricchiola, nei posti dove si spara e si inalbera il vessillo della rivoluzione”, intraprende il suo Viaggio attraverso i vini di Francia, il cui racconto troverà spazio nel novembre dell’anno successivo nella proposta dell’Editore Canesi di Roma, un anno prima la pubblicazione de I Vini d’Italia di Luigi Veronelli.
Come spesso accadde cimentandosi nella lettura di questi veri e propri cimeli, sono numerosi i passaggi che andrebbero menzionati per l’attualità degli argomenti trattati o delle situazioni descritte. Tra questi ho trovato particolarmente gustoso, in questi giorni di ressa a Verona per il Vinitaly e per le manifestazioni collaterali, questo tratto che riporto di seguito.

“In capo al corso, di là da un piccolo arco di trionfo, nelle grandi sale a pian terreno del palazzo comunale la favolosa vendemmia del 1959, ormai vino di due mesi, spesso torbido ed <incompleto>, ma già gustoso e che comunque fa intendere chiaramente come diverrà una volta invecchiato, il Borgogna della <più grande annata del secolo>, come è stato già battezzato, passa gli esami di fronte alla commissione più severa e sapiente che vi sia in Francia, composta da commercianti e da professionisti della degustazione.
L’ingresso nelle mitiche sale è aperto a tutti: basta pagare un pedaggio di cinquecento franchi che dà diritto di assaggiare quanti vini si voglia con una tazzina di vetro, il <tâtevin>, che vi viene consegnata alla porta. Lo spettacolo è singolare ma, alla fine, leggermente disgustoso.
Trecento o quattrocento uomini di mezza età, con i cappotti abbottonati e i cappelli calcati sulla testa, gli occhi lustri e le gote accese, gli uni addossati agli altri, assaggiano i diversi vini, esposti su dei banchi sistemati a ridosso delle pareti, emettendo, dalle labbra chiuse a cuore, sibili, gorgoglii e sciacqui. Non bevono ma assaggiano, sentono, cioè, com’è il vino facendoselo correre in bocca per poi sputarlo – e qui, un altro sibilo, sul pavimento coperto come in un maneggio da uno strato di segatura alto un palmo.
Con la bocca sempre piena ora di questo vino ora di un altro, non possono parlare e così quei fastidiosi rumori sono udibilissimi, e giacché sono tanti si forma un concerto di fischietti, sciabordii, schiocchi di lingua e pernacchietti, con alti e bassi, pause, improvvise fughe, crescendi esasperati e momenti lirici.
Non che siano maleducati, questi degustatori, ma sembra che soltanto così si possa assaggiare un vino, carpendone tutti i profumi e i sapori”

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