{"id":3324,"date":"2014-01-02T07:02:49","date_gmt":"2014-01-02T06:02:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.enogea.it\/?p=3324"},"modified":"2014-02-03T09:49:14","modified_gmt":"2014-02-03T08:49:14","slug":"taurasi-riserva-1961-mastroberardino-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.enogea.it\/en\/taurasi-riserva-1961-mastroberardino-2\/","title":{"rendered":"Taurasi Riserva 1961, Mastroberardino"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Dopo anni di insegnamenti (e discussioni) su lacrime e archetti, unghie e riflessi, negli ultimi tempi sembrano quasi del tutto sparite nei racconti vinosi le annotazioni di carattere cromatico. La triade dell\u2019analisi organolettica resta tutto sommato in sella, ma al cosiddetto \u201caspetto visivo\u201d viene riservato uno spazio sempre pi\u00f9 marginale, perlomeno in rapporto a quello dedicato ai tracciati aromatici e gustativi. O meglio, ci si sofferma sulle forme che il vino assume davanti ai nostri occhi soprattutto quando vi si intravede un potenziale sinestetico in linea con le attuali parole d\u2019ordine stilistiche. Fateci caso: il rubino trasparente e brillante (anche \u201cpinotteggiante\u201d) non \u00e8 mai stato tanto protagonista, mentre il violaceo-nerastro cupo e impenetrabile che affollava le schede di un decennio fa sembra ormai un desaparecido della tavolozza. Ma non \u00e8 solo questione di mode e tendenze: che lo si scriva o meno, resta \u2013 eccome &#8211; un valore conoscitivo di straordinaria sintesi ed efficacia nell\u2019approccio visivo. Che vale con le persone come con i vini: i nostri occhi ci dicono delle cose, la prima impressione pu\u00f2 essere sbagliata, ma altre volte \u00e8 tremendamente giusta. Solo confermata o addirittura rafforzata dagli step successivi di ascolto, approfondimento, condivisione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una lezione che sono costretto a ripassare ogni volta che ho davanti un \u201cvecchio\u201d Taurasi della famiglia Mastroberardino. E\u2019 prima di tutto nella sua \u201cfisicit\u00e0\u201d che finisco per perdermi, quasi ipnotizzato da quella tinta che non so definire, da quella trama che non so dipanare, da domande a cui non so rispondere. La Borgognata 2011 di Giancarlo Marino (link al precedente post) mi sembrava un\u2019occasione giusta per stappare l\u2019ultima bottiglia presente in cantina della Riserva 1961. Era la terza volta che la bevevo e ne conservavo un ricordo meraviglioso, specialmente di quella assaggiata durante una straordinaria verticale tenuta in azienda qualche anno fa, con ventiquattro millesimi in rappresentanza di sette decenni e un irreale 1934 a chiudere il cerchio. In quella circostanza mi sembr\u00f2 addirittura pi\u00f9 trascinante della mitica Riserva \u201968 e il flashback non \u00e8 stato certo offuscato nemmeno nella serata romana, nonostante il viaggio e le incognite sulla conservazione di una bottiglia acquistata recentemente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una sinfonia di terra e spezie, radici ed erbe officinali, a cui l\u2019ossigeno regalava giovent\u00f9 floreale ed agrumata col passare dei minuti, resettando per l\u2019ennesima volta tutte le pseudo-certezze sull\u2019aglianico, sulla sua capacit\u00e0 di dialogare col tempo ma soprattutto sulla sua vera indole. Che \u00e8 quella di un guerriero, certamente, ma di stirpe nobile, che pu\u00f2 scegliere di non affidarsi solo alla spada e ai muscoli per condurre le proprie battaglie. Chi ha avuto la fortuna di assaggiare i Taurasi di quell\u2019epoca, sa bene che non c\u2019\u00e8 nessuna perversione di tipo eno-archeologico quando si mette mano al cavatappi: questi sono vini \u201cvivi\u201d, contemporanei, nel pieno delle forze, da godere a tavola senza inutili cerebralismi. Nella complessit\u00e0 aromatica, nella suadenza del frutto, la potenza sapida, la seta dei tannini, la bevibilit\u00e0 gioiosa e rilassata. Ed \u00e8 tutto gi\u00e0 l\u00ec, in quel rosso che non \u00e8 rubino n\u00e9 granato n\u00e9 aranciato, in quella fibra cromatica che non \u00e8 trasparente e non \u00e8 schermata, in quella luce che non \u00e8 nord e non \u00e8 sud.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non riesco a distogliere lo sguardo dal bicchiere mentre i commensali gli rendono onore senza tante chiacchiere. E mi rendo conto una volta di pi\u00f9 che quello che c\u2019\u00e8 da capire e raccontare su questo vino (e sui suoi fratelli, vecchi e giovani) \u00e8 tutto esterno al calice, ed ha davvero poco a che fare con una sequenza di riconoscimenti e descrizioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non riesco a distogliere lo sguardo mentre mi chiedo se un Taurasi cos\u00ec ha avuto modo e tempo di lasciare eredi, se sono realmente figli suoi, nel cuore ancor prima che nel dna, quelli che ne rivendicano oggi lo stesso nome, se \u00e8 solo la distanza temporale (o una nostra miopia) a farli apparire perlomeno eterozigoti. E non \u00e8 la solita tirata nostalgica sui \u201cvini di una volta che oggi non esistono pi\u00f9\u201d: sono fatti, documenti, testimonianze dirette a richiedere pi\u00f9 che mai una ricostruzione attenta, che ci aiuti a capire cosa \u00e8 accaduto nella denominazione irpina in questo mezzo secolo. Cambiamenti climatici e ristrutturazione viticola, scomparsa di vecchie vigne e cloni tradizionali, voglia di sperimentare nuove strade tecniche e stilistiche: sono solo alcuni dei possibili fili da seguire per ragionare sull\u2019identit\u00e0 del pi\u00f9 \u201cstorico\u201d dei rossi meridionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma se possiamo forse venire a capo delle cause, pi\u00f9 complicato appare oggi entrare nel merito delle intenzioni. Nonostante un modello espressivo cos\u00ec forte ed autorevole come quello incarnato dalle riserve storiche di Mastroberardino, per di pi\u00f9 verificabile concretamente grazie ad una reperibilit\u00e0 non certo virtuale per bottiglie di oltre trent\u2019anni, faccio fatica ad individuare interpreti realmente decisi a far rivivere nei Taurasi del 2000 quelle atmosfere, quella brillantezza, quella eleganza. Magari non \u00e8 davvero pi\u00f9 possibile, magari troppe cose sono cambiate per poter solo pensare ad un aglianico territoriale e longevo da 12 gradi o gi\u00f9 di l\u00ec, giusto per semplificare e capirci. Ma l\u2019impressione \u00e8 che non ci sia pi\u00f9 nessuno disposto davvero anche solo a provarci, al di l\u00e0 degli slogan e delle parole ad effetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse \u00e8 anche per questo che, davanti a vini del genere, faccio pi\u00f9 fatica del solito a lasciarmi andare al mero godimento sensoriale: resto a guardare, quasi a centellinare ogni sorso con la sensazione non certo piacevole che le scorte per quelle emozioni si stanno esaurendo e non ce ne saranno altre a rimpiazzarle senza tanti rimpianti. Forse vale la pena di ragionarci ancora: ci ritorneremo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo anni di insegnamenti (e discussioni) su lacrime e archetti, unghie e riflessi, negli ultimi tempi sembrano quasi del tutto sparite nei racconti vinosi le annotazioni di carattere cromatico. 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