11 settembre 2012 | Mauro Erro

Rossese di Dolceacqua 1987, Terre Bianche

di Mauro Erro
terrebianche1987

Tra i fianchi selvaggi e crudi dei crinali si allunga la Val Nervia, come fossero braccia nervose che tentano di aggrapparsi alle Alpi per non affogare a mare.
A guardarla si rimane incantati.
Corre da nord a sud parallela alla Val Verbone, chiusa da un lato dalle Alpi che la tagliano sullo sfondo disegnando trine su una tela azzurra – da est a ovest le cime Saccarello, Pietravecchia e Cima Marta, con il Toraggio che svetta a duemila metri e, quando il cielo è nitido, le cime francesi che appaiono come fantasmi alle spalle – dall’altro si spegne su Monte Santa Croce che, in parte, nasconde allo sguardo il blu del mare.
Il suo aspetto primordiale si rivela schietto nei paesaggi e si racconta nelle storie dei passeur che accompagnano fuggiaschi al di qua e al di là del confine, tra le pieghe di una terra di frontiera. Emerge anche quando guardi le vigne e gli alberelli centenari che, arcaici e stoici, seppur sbilenchi talvolta, resistono al vento.
Questo aspetto primordiale che t’appare immediato, anacronistico a ragionarci, spesso lo ritrovi anche nei vini.

Il vento che viene dal mare, più caldo e umidiccio, e quello della sera che viene dalle montagne, più fresco e asciutto, muovono le fronde degli alberi e le lunghe chiome della taggiasca; il fruscio fa da sottofondo al silenzio. A guardare le fasce dall’altro lato della valle non puoi essere colto da un sentimento di ammirazione, di innamoramento per coloro che hanno deciso di coltivare queste rocce aspre e dure, per coloro che hanno deciso di costruire paesi aggrappati ai crinali che hanno nei nomi semi di baldanzoso eroismo, come personaggi di un’opera epica e paradossale al tempo, compagni di Orlando il furioso: Baiardo, Perinaldo…
E, allo stesso tempo, ti coglie la malinconia quando vedi l’abbandono frutto della rassegnazione.
C’è in questi luoghi ed in questi vini, un aspetto chiaroscurale, il frutto di un continuo gioco tra luci ed ombre, come quelle di cui parlava Biamonti: quelle figure, quelle suggestioni che ti accompagnano di giorno quando è la luce del sole a filtrare attraverso i boschi, di notte quando la luna illumina le argentee foglie degli ulivi.

Ed è facile farsi rapire da tutto ciò, soprattutto quando la compagnia è quella giusta e il vino nel calice pure.
Pare sia stata un’annata storta, questa 1987.
Eppure questo vino è così essenziale, compiuto e sereno, persino sbarazzino.
Pare che chieda di esser bevuto e niente più.
Senza troppe parole a disturbare questo silenzio.

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