3 February 2014 | Mauro Erro

Greco di Tufo 2008, un’interessante retrospettiva

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Alcuni dei momenti più belli e formativi all’interno della manifestazione Campania Stories, i vini bianchi campani, tenutasi a fine novembre tra Agerola e Mercogliano, sono stati i seminari sui territori e le retrospettive dedicate a tutti i vini e vitigni bianchi delle varie denominazioni. Soprattutto per approfondire tematiche emerse nelle degustazioni al mattino, dedicate alle ultime annate, e per il confronto che scaturiva tra produttori stessi e giornalisti italiani e stranieri. Ascoltare questi ultimi, soprattutto, almeno per me, era molto istruttivo. Perché mi permetteva di sentire le opinioni di degustatori privi di sovrastrutture e pregiudizi che invece, alla lunga, accompagnano chi inizia ad accumulare una certa esperienza di una denominazione, nonostante si faccia di tutto per conservare intatto lo sguardo curioso e ingenuo degli inizi. Nel caso specifico del laboratorio sul Greco di Tufo la discussione si è sviluppata sul suo carattere sfuggente, sulla sua assenza di frutto, sulla difficoltà, per un degustatore, di inquadrarlo entro uno schema determinato. Tutte caratteristiche che, e questo mi meravigliava a dire il vero, venivano elencate con un’accezione negativa.
Sono d’accordo, invece, con Isao Miyajima, che chiudendo la discussione ha sbottato in un’affermazione che riporto nel suo significato: il Greco di Tufo non ha frutto e non vedo perché lo dovrebbe avere, è un vino per bocchisti e trova la sua sublimazione a tavola, accompagnato al pasto, più che in una degustazione in batteria.
Ma proprio il carattere sfuggente di questo vino mi ha spinto a buttar giù un paio di riflessioni frutto dell’esperienza, per provare a fissare qualche minimo elemento per orientarsi.

Greco, un rosso travestito da bianco

Una delle affermazioni che spesso vi potrà capitare di ascoltare da un appassionato di Greco di Tufo è che si tratti di un rosso travestito da bianco. Per due motivi soprattutto: il primo legato ai valori analitici – sostanza, corpo (persino tannino) e, soprattutto, acidità e sapidità sono quelle che potreste trovare in un rosso più che in un vino bianco. Tanto è vero che tra gli abbinamenti ricorrenti il Greco di Tufo viene proposto con piatti di carne grassi e succulenti, si tratti della classica genovese alla partenopea o delle costate di maiale fritte in padella con le papaccelle (piccoli peperoni sott’aceto). Il secondo motivo, invece, riguarda la particolare propensione del greco di offrire nel proprio profilo olfattivo, in alcuni casi, note di frutta rossa: lamponi e fragoline di bosco. Come ho scritto, però, si tratta di alcuni casi, ed è forse giusto entrare nel dettaglio di quest’ultima affermazione.

L’eclettico greco: da uno a tre anni dalla vendemmia

Raccontare il profilo organolettico di un vino come il Greco di Tufo di giovane età può risultare alquanto complesso. Spesso durante sessioni di assaggio alla cieca ho ascoltato appassionati e degustatori suggerire che si trattasse di Sancerre nel calice e non di Greco di Tufo, e la cosa non meraviglia se un degustatore ha una sufficiente esperienza di entrambi i vini, anzi, manifesta alcuni evidenti punti di contatto.
Il primo di carattere generale riguarda il lato vegetale di questi due vini/vitigni al di là delle note minerali che hanno in comune. Il Greco di Tufo ha un lato più vegetale che fruttato.
Il secondo è che entrambi i vini rientrano nella categoria dei vini in sottrazione: occorre qualche anno prima che il Greco di Tufo dispieghi un ventaglio aromatico più evidente nei profumi. Da giovane, se bevuto alla cieca, un Greco di Tufo è molto più riconoscibile al palato che non al naso, grazie alle sue sferzate acido/sapide e ad una materia di ottima sostanza.
Se è vero che sul greco ci si sofferma spesso sulle sue caratteristiche agronomiche, spiegandone le difficoltà di maturazione, la buccia sottile, la gran quantità di materia ossidante che ha in dote e che rende complicato l’invecchiamento del vino, bisogna aggiungere che il moltiplicarsi di queste variabili rende il ventaglio della proposta e delle possibili soluzioni molto più ampio. Provate ad assaggiare l’uno di fianco all’altro, dell’ultima annata 2012, i vini di Torricino, Pietracupa, Ferrara, Cantine dell’Angelo e il Selvetelle di Andrea e Carlo Centrella. Vedrete che non sempre la mineralità del greco ha a che fare con lo zolfo delle cantine Di Marzo, che le note andranno dalle tonalità del bianco, dalle note pungenti di pepe bianco e foglia di pomodoro che ricorderanno un classico sauvignon blanc fino alle note gialle di terra e di lampone e a colorazioni tra il giallo sole e il rosa. Con tutte le possibili sfumature nel mezzo. Perché dispiacersene?

Da quattro a sette anni dalla vendemmia

Al di là della variabile annata, è in questa forchetta di tempo che si devono bere i Greco di Tufo per coglierli in piena maturazione. Ed è in questo momento che si dispiega il ventaglio aromatico del greco: della sua terziarizzazione che offre note di frutta secca (mandorla amara, nocciola tostata), della finezza del lato vegetale che offre dalle erbe aromatiche alle spezie (salvia, timo limoncino, origano, pepe bianco) dalle note resinose o boschive fino alle note di agrumi che diverranno sempre più dolci e candite con il trascorrere del tempo.
Ed è questo il profilo aromatico riscontrato nella degustazione che riguardava la 2008. Con il Vigna Cicogna di Benito Ferrara che risultava essere il più completo e ampio, quello di Cantine Dell’Angelo, invece, gentile e sfumato e più avanti nell’arco evolutivo, e l’Aipierti di Raffaele Troisi di Vadiaperti che si proponeva più severo e verticale. Tre vini squisiti, da un’annata tra le più belle degli ultimi dieci anni, valutata 18/20 dalla commissione di Campania Stories. Tre vini che nella mia agenda si sono attestati tra gli 87 e i 90 punti. Avessero avuto tutti e tre quell’ulteriore spinta sul finale, sarebbero finiti nell’olimpo degli eccellenti.

Oltre i sette anni

Stappare una bottiglia di Greco di Tufo oltre i sette anni significa voler giocare d’azzardo. E si sa, talvolta vi può capitare di sbancare il casinò, altre volte finisce in pareggio e va bene così, altre volte non è la vostra giornata. Ho avuto la fortuna di bere molte meravigliose bottiglie di Greco di Tufo che raggiungevano anche i venti e passa anni di età e per questo devo ringraziare soprattutto la famiglia Troisi dell’azienda Vadiaperti (oggi Traerte) e la famiglia Mastroberardino. La cosa importante da sottolineare è che la mia esperienza mi ha portato a verificare che se è vero che il Greco ha una precoce terziarizzazione, se paragonata ad altri vini bianchi italiani, tra i tre e i cinque anni di età, e anche vero che se correttamente vinificato il greco entra in una sorta di fase di congelamento dopo i sette anni di età, maturando molto più lentamente rispetto ad altri vini. Sembrerà strano, ma tra un greco di otto anni ed uno di quindici, al di là di una maggiore finezza, in termini di ossidazione può non esserci tutta questa differenza.
A riprova di questo in degustazione c‘era un meraviglioso Greco di Tufo 2003 (89) dell’azienda Pietracupa. Compiuto, armonico, davvero delizioso nella beva. E da un’annata, tra l’altro, che in molte denominazioni italiane sta riservando piacevoli e inaspettate sorprese.

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