19 dicembre 2013 | Paolo De Cristofaro

Borgogna 2011

di Paolo De Cristofaro
borgogna 2011

Non è vero che i Grands Jours de Bourgogne si tengono con cadenza biennale. La rassegna ufficiale sì, nei millesimi pari, ma per i malati di pinot nero (lo chardonnay teniamolo un attimo da parte) c’è un altro appuntamento fisso, che si rinnova ogni dicembre grazie alla passione, la competenza e la generosità di Giancarlo “Magister” Marino. Senza nulla togliere a nessuno, per me (e non solo per me) sono pochi gli appassionati italiani che possono dare del tu alla Cote d’Or come lui, ormai di casa tra clos e domaine dopo oltre vent’anni di viaggi, ricognizioni e scoperte. La sua Borgognata annuale (in realtà una delle tante) è un’occasione preziosissima per mettere un po’ di ordine – bottiglie alla mano – alle idee maturate sulla nuova annata da poco uscita in commercio. Le testimonianze dei vigneron, gli assaggi da pièce, i primi report su carta e web certamente contribuiscono a creare uno strato preliminare di convinzioni e letture, ma la prova del bicchiere ad imbottigliamento completato è un passaggio fondamentale. Specialmente se si ha la possibilità di mettere insieme un campione statisticamente significativo, un vero e proprio piccolo master rappresentativo di tutte le principali zone, manici, stili, impreziosito dal contributo degli altri esperti e appassionati borgognofili presenti.

Questa volta il focus era incentrato sui rossi della vendemmia 2011. Senza girarci troppo attorno, è annata che ci lascia al momento a dir poco tiepidi: rapportandoci a test effettuati in condizioni simili sui millesimi precedenti, non si manifestava in noi tanta dubbiosa delusione dall’uscita dei 2004. Le gerarchie sono in buona parte rispettate, ma anche a livello di Grand Cru si incontrano una serie di vini dallo spiccato accento verde e immaturo, di sviluppo asciutto, per la grana dei tannini e per le brusche chiusure segnate da una ricorrente diluizione alcolica.

Annata più capricciosa che classica

Già pochi mesi dopo la raccolta, i vignerons inquadravano la 2011 come la consueta “année classique”, definizione che nella realtà dei fatti viene adattata ad andamenti meteorologici anche molto diversi tra loro. In questo caso la chiave climatica va individuata prima di tutto nella primavera estremamente calda, con conseguente importante anticipo delle fasi vegetative. Senza dimenticare un’estate capricciosa a voler usare un eufemismo, con una serie di grandinate e temporali, protrattisi fino alla vendemmia di fine settembre. Produttivamente scarsa, ma in ogni caso meno delle terribili 2012 (dal 50 all’80% di vino in meno) e 2013 (-20/30%), si lasciava immaginare come una buona annata di terroir, inferiore nella media delle riuscite e nelle punte a 2009 e 2010, ma da approcciare con maggiore facilità. Diverse autorevoli voci sottolineavano una serie di similitudini con la 2007, annunciata come vendemmia di pronta beva, capace nelle migliori versioni di compensare il deficit di polpa e complessità con un profilo trasparente e aggraziato. Un paragone che può forse funzionare sul piano climatico ma non in quello che emerge dagli assaggi: i rossi 2011 sono in questo momento tutt’altro che godibili, spensierati e coerenti con i climat di provenienza. La speranza è che trovino maggiore armonia in vetro, ma proprio per questo ci sembra un’annata da aspettare, non solo a livello di grand cru. Difficile immaginare, comunque, che tra Bourgogne, Village e anche un bel po’ di 1er, ci siano tante opzioni in grado di trasformarsi da brutti anatroccoli in cigni. Non è insomma possibile prescindere dall’assaggio prima di procedere all’acquisto, anche in considerazione del fatto che, a differenza di quanto accade in molte altre zone francesi, in Borgogna ormai sembra non valere più l’equazione annata media = prezzi più convenienti. Anzi, l’esatto contrario: le ultime raccolte disgraziate, almeno da un punto di vista produttivo, hanno contribuito a continui ritocchi verso l’alto dei listini. I 2011 costano più dei 2010 e per i 2012 (decisamente promettenti nei test da botte, a dispetto delle premesse climatiche) ci vorrà presumibilmente un 20% aggiuntivo di spesa per portarsi a casa le stesse bottiglie. Né il 2013 (altra stagione di grandinate e necessità di selezione in vigna) sarà il millesimo giusto per assistere almeno ad un parziale ribasso delle quotazioni.

 

chicotot 2011

 

Prezzi ancora in salita

Più del gioco sull’annata buona o cattiva, forse la questione centrale su cui ragionare è dunque proprio quella legata alle dinamiche dei prezzi e del mercato. Da quando i buyer asiatici hanno scoperto la Borgogna, dopo l’iniziale infatuazione per Bordeaux, l’offerta di pinot nero e chardonnay (in misura minore) della Cote d’Or si è rivelata largamente insufficiente rispetto alla possibilità di spesa della domanda. Non soltanto per i domaine “mito”, che già da tempo sono costretti a non accettare nuovi clienti e a centellinare le assegnazioni: un folto gruppo di cantine che considereremmo di “fascia media” si trova ad aver venduto la propria produzione ancor prima che il mosto si faccia vino. E se fino ad una decina di anni fa si potevano pescare eccellenti Village intorno ai 20 euro e diversi Grand Cru significativi sotto gli 80 euro, oggi per uno Chambolle rinomato ci vogliono regolarmente più di 50 euro e i Grand Cru di domaine affidabili sotto i cento euro si contano ormai sulle dita di una mano. I rialzi speculativi non riguardano più soltanto i Romanée Conti e le creazioni di madame Leroy, ma coinvolgono oggi l’intera filiera, a partire dal prezzo delle uve e degli sfusi. Se si conferma questo trend, bere buona Borgogna Rossa diventerà definitivamente privilegio di pochi fortunati, specialmente in Europa. E chi proprio non sa rinunciarvi sarà costretto a scegliere con estrema cautela le rare bottiglie recuperate. Oppure a sborsare 50-60 euro per dei vini in ultima analisi trascurabili rispetto a quello che rende magica la Cote d’Or. Quasi dei surrogati che, a prescindere dal gradimento personale, spingeranno sempre più appassionati a cercare alternative espressivamente affini al di fuori da Gevrey-Chambertin o Volnay, Vosne-Romanée o Pommard.

Miracolo Borgogna o bolla speculativa?

Il tutto visto chiaramente da una prospettiva di semplici acquirenti-consumatori, perché per gli operatori le cose funzionano in maniera piuttosto diversa. Chi ha avuto la bravura e la fortuna di assicurarsi delle assegnazioni in questi anni, direttamente dal domaine o al massimo ad un secondo passaggio della filiera, non può permettersi di “saltare” o ridurre drasticamente gli acquisti, anche al cospetto di un’annata sotto le aspettative. Le liste d’attesa per nuovi possibili clienti pronti a subentrare sono in alcune situazioni pressoché inesauribili e non è consigliabile fare troppo gli schizzinosi se non si vuole perdere il proprio “turno”. Si alimenta così un circolo vizioso in cui il favorevole rapporto qualità-prezzo diventa quasi una chimera, le etichette più interessanti finiscono per fare da traino forzoso per quelle d’entrata, con un ulteriore effetto rialzo.

 

clos da la roche raphet

 

Senza trascurare un altro aspetto: i vignerons continuano a condurre una vita apparentemente morigerata, fatta di lavoro e rigore, auto di lusso fuori dalle cantine non se ne vedono né ci sono esibizioni di sfarzo nelle anguste cave che accolgono i visitatori. Tuttavia anche loro sembrano essersi stancati di vedere i propri vini sugli scaffali o in carta a prezzi anche dieci volte superiori a quelle di uscita, per un mero meccanismo speculativo. Fino a qualche anno fa il Musigny di Roumier usciva dalla cantina sotto i 100 euro, ma un consumatore “normale” sprovvisto di particolari agganci doveva mettere in conto almeno 700-800 euro, giusto per ricordare uno dei casi più conosciuti. Anche per questi motivi, non solo per le grandinate, i produttori borgognoni hanno adeguato i propri listini negli ultimi anni e come detto difficilmente il trend potrà invertirsi nel prossimo triennio. Come ha già in parte dimostrato l’altalena degli en primeur a Bordeaux, accelerazioni improvvise di questo tipo presentano sempre fattori di rischio nel medio e lungo periodo: non è possibile prevedere a quale livello della catena distributiva, ma c’è eccome il pericolo che a un certo punto qualcuno si ritrovi con il cerino in mano. Per il momento sono senza dubbio gli appassionati meno facoltosi i più penalizzati, ma non darei così per scontato che sarà sempre così. Non dimentichiamoci che tra gli anni ’70 e ’80 la Borgogna stentava commercialmente, esattamente come capitava con i Barolo e con tante altre tipologie oggi sulla breccia. A lungo andare i mercati premiano le aree più solide e progressive, nell’identità territoriale e stilistica come nelle politiche di prezzo. E siamo ragionevolmente convinti che lo scenario sarà destinato a cambiare nuovamente quando la sbornia mondiale da pinot nero rallenterà, come forse è inevitabile che sia. Nel frattempo non moriremo di sete.

 

marechal savigny

 

I Vini

Anche se la lettura dell’annata in questa fase non è propriamente orientata all’entusiasmo, sarebbe una grave ingenuità considerarla una sentenza definitiva. Non mancano di certo illustri precedenti di vendemmie accolte tiepidamente e rivelatesi ricche di spunti alla distanza, senza scomodare le emblematiche 1991, 1993 o, almeno in parte, 2001. Ma soprattutto è naturale che qualche brillante riuscita ci sia, come non è escluso che alcuni vini possano trovare una dimensione più fine e pacificata con un po’ di pazienza. Come già detto, è soprattutto il confronto con i millesimi vicini, più autorevoli e paradossalmente meno costosi, a frenarci negli acquisti. Con qualche sconticino qua e là di sicuro la scorta aumenterebbe, ma anche senza offerte speciali i vini di seguito li faremmo entrare senza troppi pensieri né rimorsi economici nelle nostre cantine.

Cathérine et Claude Marechal – Savigny-les-Beaune 1er Cru Les Lavières 2011

Luminoso e reattivo fin dal colore, ha una partenza appena riduttiva su toni ematici e speziati, rapidamente raggiunti dalle consuete nuance fruttate, rosse e fragranti. Convince a pieno per il tannino dolce, merce rara nell’annata, per il profilo rilassato che non rischia mai la banalità, il tocco leggiadro non sprovvisto di chiaroscuri. Trenta e più euro non sono pochi, ma possiamo e dobbiamo considerarlo un vero e proprio best buy.

Georges Chicotot – Nuits-St-Georges 1er Cru Les Saints-Georges 2011

I Nuits di Chicotot non sono certo degli “sprinter”: richiedono attenzione e una disponibilità ad ascoltarli senza farsi distrarre da qualche rumore riduttivo di fondo. Quando il naso si mette a posto, diventa più facile godere dello spontaneo carattere gustativo, molto apprezzabile per polpa ed energia.

Raphet – Clos de la Roche 2011

Il domaine Gérard Raphet di Morey Saint Denis è uno dei primi nomi che saltano fuori quando si chiede consiglio su qualche Borgogna “vecchia maniera”, di stile fieramente tradizionale. Forse fin troppo cesellato e affusolato per essere un Clos de la Roche, il suo 2011 è tra i più convincenti in assoluto per grazia floreale e presenza salina. Considerando il Grand Cru, anche questo è da pensare come favorevole rapporto qualità prezzo.

Louis Trapet et Fils – Chambertin 2011

Probabilmente il vino della serata, se ha senso eleggerne uno. Riconoscibile la zona, riconoscibile il cru, riconoscibile il manico che negli ultimi dieci anni ha scalato posizioni su posizioni aggiungendo costanza e definizione al carattere che già aveva anche in anni più controversi. Delicato e variopinto allo stesso tempo, lo scheletro agrumato lo attraversa dall’inizio alla fine: classe speziata, souplesse, sapore, potrà sfidare i migliori 2009 e 2010.

Cécile Tremblay

Su di lei sono state spese parole impegnative da firme autorevoli, francesi e non, a partire da Bettane che l’ha definita “la nuova Madame Lalou”. E’ sicuramente troppo presto per stabilire se il paragone regge e ci sbilanceremmo probabilmente anche noi se non ci trovassimo talvolta a registrare nei vini di Cécile Tremblay un apporto del rovere nuovo un po’ troppo marcante, nella brillantezza aromatica come nella fibra tannica. Limiti che sembrano fare capolino anche nei 2011, trasversalmente su Vosne-Romanée V.V., Chambolle-Musigny 1er Cru Les Feusseulottes e Chapelle-Chambertin. Ciononostante, ci appaiono comunque tra i rossi più fitti e prospettici assaggiati finora nel millesimo: vale la pena di attenderli con fiducia, non temono l’ossigeno e nel bicchiere crescono esponenzialmente, come accaduto in parte anche per il Clos St Denis di Dujac.

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