18 marzo 2015 | Mauro Erro

Gianni Mura. Penso dunque sogno

di Mauro Erro
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Se le cose puoi farle tu non lasciarle fare agli altri.
Mariangela Melato

La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni.
Pietro Mennea

Una delle cose che non ho mai letto a proposito di Mura è della sua somiglianza con Charles Bukowski. L’unica differenza evidente è nei capelli che, il nostro, cerca di portare ordinatamente con la riga a sinistra e la fila a destra, aggiustandoseli con un gesto meccanico quanto tenero che cela un disagio superato ormai da qualche tempo. La timidezza è stata vinta anche grazie alle parole degli amici e dei colleghi in cui si è immerso sin da ragazzino, tali Jacques, James, Federico Garcia, Alfonso, Beppe, Anna Maria, Emanuela…Poi sono arrivate le sue con cui coprirsi. Infine il ruolo, oggi del venerato maestro per dirla con Arbasino, che tra le tante rogne qualche vantaggio o aiuto può darlo in tal senso. Spallucce, farebbe adesso leggendo: è il massimo della disapprovazione che gli abbiamo visto esprimere insieme all’alzata delle sopracciglia in tre ore di piacevoli chiacchiere. Gomiti poggiati sulla scrivania, braccia conserte, sempre attentissimo. Poche divagazioni, qualche risposta al telefono e una bottiglia di vino. Il rigore monacale dei gesti, il senso della misura, il metodo, sono eredità di un padre maresciallo dei Carabinieri e di una giovinezza passata tra una caserma e l’altra con Tino Calabrese di Sternatia, Altorino Cretarola di Castiglione Messer Raimondo, Corrado di Tricase, Capezzone di Roccasecca, Sottilotta di Reggio Calabria, Pieretti di Campodarsego o Martelengo di Calvisano. Appuntati, brigadieri o semplici carabinieri da cui ha scoperto l’amore per i dialetti, i giochi delle carte, il calcio-balilla e il ping pong. Ma è espressione anche di una milanesità ormai scomparsa che Mura rimpiange con nostalgia: senso del lavoro, umanità e accoglienza, elogio della normalità, dell’umiltà, del sacrificio. Frammenti di Clemente Rebora, capostipite della Scuola Lombarda e di quel rigore (che c’è quando arbitro fischia, avrebbe detto il piccolo Boszik di Novi Sad, zio Vuja): S’affretta l’età sverginata / e tutto sa di coito. Se ne ricordò Veronelli, milanese dell’Isola, bevendo un Krug 1976 che profumava di sperma. Si conobbero e lavorarono insieme, Mura e sua Nasità, in un’altra Epoca: quella dei Gatto, Alfonso da Salerno, e di GioanBrerafuCarlo dalla bassa Pavese, tra i tanti compagni di viaggio in questo mestiere, utili a scacciare la solitudine degli uomini di buona volontà. La Milano di Gaber, di Strehler e Abatantuono, di quelli che Jannacci e Viola Beppe, che aveva piantato le tende nel triangolo tra piazza Adigrat, via Sismondi e via Lomellina, laureato come Di Stefano all’universidad de la calle, frequentando sale da biliardo: lì aveva, con gli altri, l’ufficio facce. Anche se Mura Gianni è una firma, tribù in via d’estinzione. Nonno Viola era di Contursi Terme, nel salernitano. Le radici dei milanesissimi erano lontane dai navigli: non era Milano la città in cui non si affittava ai meridionali, e nel meticciato culturale il talento emergeva, quando c’era. Quasi dimenticavo, in una lettera al FBI del ’94 Gianni schiera Bukowski, tignoso e dai modi ruvidi, centrale al fianco di Queen, sulle fasce Pronzini e Steinbeck a proteggere Whitman in porta, oh capitano mio capitano. Kerouac, Hemingway, Salinger, Faulkner, McBain, Corso dal centrocampo in su. Divago, Saramago, prestigiatore sfuggente, gioco con le parole, tra allitterazioni e nonsense. Perché poi c’è Gianni Mura che l’intervista vuole farla a cielo aperto in un angolo del parco, sotto un albero, così può fumare una sigaretta dietro l’altra senza mai arrivare troppo vicino al filtro. E’ ancora lì in ufficio nonostante sia andato in pensione, con la sua imperturbabile e rispettabilissima mole che gli è valsa l’ingresso nel club dei Cento al Tour, dietro la scrivania in un box di un open space – come dicono quelli chic – che a lui non piace. Mura Gianni è uno scoglio immobile cui aggrapparsi e Gianni Mura racconta storie, piccole o grandi, conosciute o sconosciute, che come correnti ci portano in mare aperto. Cerca il meglio in una scrittura piana, non insegna, anche se qualche volta mette i voti, pesca dall’iperuranio dei ricordi cose che già dovremmo sapere spogliandole dei sofismi per farcele vedere con chiarezza, sapendo che la verità è spesso banale. Rimanendo per strada, perché ama guardare le cose da lì o, meglio, in riva ad un torrente in Francia, a un fiumicello con dei salici e i lampioni, bevendo l’ultimo bicchiere di rosso o un Bas-Armagnac dell’annata giusta: qualcosa che assomiglia abbastanza alla felicità. Gianni Mura è un suiveur di epica, insegue ruote e sogni, un giornalista pastamatic che amalgama il cassoulet con Gimondi, il Mont Ventoux, Simpson e Prevert, la Bretagna, Raboni e l’andouillette, cercando una dama al bordo della strada, uno svolazzo di gonna, un calice di Champagne. Tiene i fili delle storie come un sarto cercando di riannodarli tra loro nonostante il tessuto liso, provando a non farsele scappare malgrado quei tempi sfuggano. È un Garrincha della parola che finta e crossa tra anagrammi e logogrifi, è l’allegria del povo ma ha lo sguardo triste denso di saudade. Vagonate di nostalgia. Guarda la voliera e si chiede perché nessuno ancora la apra. È ciò che scrive e scrive ciò che è, al massimo dissimula inconsapevolmente quando è costretto ad interpretare malavoglia il ruolo di se stesso. Voleva fare lo chansonnier come Brel, Brassens, Ferré, Mouloudji, Ferrat, Boris Vian, Serge Gainsbourg, o Maurice Fanon, che non aveva avuto il successo che meritava, forse come Sergio Endrigo. Tra gregari e campioni, coppe e bidoni, abbiamo abbracciato con affetto uno tra i migliori compagni di viaggio, che sa colpire, far riflettere e commuovere. Non un guru, né un totem o un divo, ma un hombre vertical che vivaddio scrive – e vivaddio canta soltanto quando è solo in macchina, stonato e schivo.  [Leggi il resto su Enogea 59]

Tratto da Intervista a Gianni Mura di Paolo De Cristofaro e Mauro Erro, Enogea 59

Gianni Mura (Milano, 1945), studi classici, entra alla “Gazzetta dello Sport” nel 1964. Giornalista professionista dall’aprile del ’67. Ha collaborato con il “Corriere d’informazione” (’72/’74), “Epoca” (’74/’79), “L’occhio” (’79/’81). Inviato de “La Repubblica” (cui già collaborava dal ’76) dal 1983. Dal 1991 con la moglie Paola ha una rubrica di enogastronomia (Mangia&bevi) sul “Venerdì di Repubblica”. Da oltre trent’anni, la domenica su La Repubblica, esce la sua rubrica Sette giorni di cattivi pensieri. Per Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Giallo su giallo (2007) e Ischia (2012). Scrive con una Olivetti Lettera 32. Ha diretto il mensile di Emergency. Attività collaterali: giocare a carte, andare a funghi, fare anagrammi.

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