23 marzo 2012 | Mauro Erro

Sogno in una notte d’estate (The rumble in the jungle)

di Mauro Erro
reservecelestine

Beaune, una sera di luglio.
Era il nostro ultimo e disperato tentativo. Nei precedenti eravamo entrati in bistrot e bar a vino per uscirne con le scuse meno plausibili portandoci dietro la nostra scorta di delusioni. Gran Cru di produttori poco conosciuti e con etichette improbabili tranquillamente evitabili e premier cru di produttori pur conosciuti e affidabili, ma in una serata storta. Appunto. Dall’alto della sua saggezza Giancarlo aveva capito l’antifona: “questa non è serata e contro la sorte è inutile mettersi. Io me ne vado a dormire”.
Noialtri, invece, decidemmo di proseguire sperando che la fortuna, come si dice, aiutasse gli audaci. L’ultimo tentativo ce lo giocammo da Ma Cuisine in passage St Hélèn, il bistrot di Fabienne e Pierre Escoffier. Non un’esplosione di simpatia, ma la carta dei vini e il cibo sono semplicemente deliziosi (e da pagare adeguatamente).
Armando e Luca entrarono e chiesero se potevamo accomodarci solo per bere e dopo l’assenso in risposta e in meno di un minuto, in cinque attorno al tavolo con Fabio e Filippo, ci concedemmo l’ultimo giro della serata della carta dei vini, rien ne va plus, con occhi densi di speranza ed attesa.

Dopo una serie di proposte ad un cenno di sguardi individuammo la nostra scelta e propendemmo per l’aiuto da casa.
- “Pronto, Giancarlo. Dormivi?”
- “Non ancora.”
- “Siamo da Ma Cuisine e avremmo scelto un vino, volevamo un tuo parere. Henri Bonneau Châteauneuf-du-Pape Réserve des Célestins 1999.”
- “Prezzo?”
- “Duecentottanta.”
- “Se è come l’ultimo che ho assaggiato, io prenderei.”
- “Prenderemo anche noi. Grazie, ma sicuro che non vuoi raggiungerci?”
-“No vado a dormire.”
- “Buonanotte allora.”
- “Ciao, buona bevuta.”

Sarà stato sicuramente spiazzante, d’altronde se esci per andare a vedere un incontro di pesi leggeri o medi e ti ritrovi a guardare un peso massimo come uno Châteauneuf-du-Pape, i primi minuti puoi ritrovarti disorientato. Ma credo che, francamente, si trattasse semplicemente del silenzio dell’estasi. Davanti ad un grande vino non ci sono, ché non occorrono, tante parole da dire. Si trattava piuttosto di una serie di facce di compiaciuto stupore che sorridenti si guardavano con quella particolare espressione: come fossimo ladri che avevano rubato qualcosa alla sorte e l’avevano sfangata.
Per pudore, dopo un po’, ci ricomponemmo alla meglio e ci scambiammo qualche commento tecnico bisibigliato.

La persistenza dei grandi vini non è misurabile solo al palato perché, aspetta che ti sia entrato completamente nelle vene, a quel vino continuerai a pensarci un bel po’ e te lo sognerai. Sogni che possono assumere le forme più disparate.
Qualche ora più tardi steso sul letto nella mia camera non mi riusciva di prendere sonno. Sarà stato un certo tasso alcolico e le troppe escargots piazzate sullo stomaco, ma io semplicemente non riuscivo a non pensare alla Réserve des Célestins che nella mia testa prendeva forma e immagini di George Foreman e Muhammad Alì che, a Kinshasa, si scontrarono il 30 ottobre del 1974. Indifferentemente da quale età abbiate conoscerete sicuramente questo storico incontro perché trasmesso e ritrasmesso ancora oggi in televisione e che fu nominato The rumble in the jungle (Il terremoto nella giungla). Ecco, provate a dirlo, the rumbe in the jungle. Vi si arrotola la lingua. Allo stesso modo in cui, fatto un sorso del vino, la mia lingua ne seguiva il ritmo arrotolandosi all’indietro per poi, lentamente, ridistendersi in avanti rilasciando un’esplosione di aromi. Posto che la mia lingua era il quadrato del ring il vino aveva questo aspetto: al centro una massa di densità muscolare incredibile dalla fisionomia di Foreman e intorno, inaspettatamente, un saltellante e pimpante Muhammad Alì alla riconquista del suo secondo titolo mondiale. Ancora più in là trentamila calorosi africani ululanti. E nell’aria c’era profumo di more, di resine boschive, di pepe e spezie.

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