12 maggio 2014 | Paolo De Cristofaro

Tris di sangiovese

di Paolo De Cristofaro
Montesodi e Vigna Monticchio 1990

Di vizi ne ho oggettivamente parecchi, ma mi illudo di tenerli in qualche modo a bada. Ce ne sono un paio, però, che nemmeno provo più a contenere, consapevole di una battaglia di resistenza persa in partenza. Uno è la pizza: non c’è alcuna possibilità che io riesca a rinunciare ad una fetta, un trancio, un cartone intonso o una teglia intera se si materializza davanti ai miei occhi. Nemmeno dopo un pranzo di matrimonio, e parlo di quelli irpini che possono durare un’intera legislatura: se torno a casa e mi imbatto in qualche forma di Margherita, la DEVO rapidamente mangiare, è più forte di me.

L’altra perversione è il sangiovese in coda ad una giornata alcolica: dopo svariate ore di assaggi, con o senza sputacchiera, di solito la lingua cerca sollievo in una birra come si deve o, se vino deve essere, qualche bollicina o al massimo un bianco teso e leggero del genere riesling kabinett o spätlese. Un rosso corposo, per quanto eccellente, è normalmente l’ultima cosa di cui ho voglia dopo una sessione impegnativa, a meno che non sia – come detto – sangiovese buono. Perché il sangiovese buono ha la capacità di risvegliare i sensi più intorpiditi, con la sua acidità elettrica e saporita: quasi un defibrillatore che riporta lucidità, ripristina la salivazione e a volte sembra perfino riequilibrare il ph naturale della pelle.

Fermo restando che la cosa migliore è bere con moderazione e che dopo un lungo pranzo con abbondante line up enoica a supporto ci si può benissimo fermare o al massimo continuare con tisane e simili, confesso che anche questa volta non ce l’ho fatta a resistere davanti alle due bottiglie (più una graditissima appendice) messe in piedi dall’amico Matteo a mo’ di bicchiere della staffa.

Due grandi sangiovese ma soprattutto due splendidi vini in piena forma, peraltro ancora reperibili con relativa facilità, assolutamente da integrare nel riepilogo dei migliori vini italiani dell’annata 1990, ripercorsi nella rubrica Vintage su Enogea 51.

Due espressioni oltretutto quasi speculari del vitigno italico per antonomasia. Il Chianti Rufina Montesodi ’90 dei Marchesi de’ Frescobaldi è sangiovese “di montagna”, con raffinati tocchi di tabacco e cuoio in un quadro freschissimo ed arioso, in perfetta corrispondenza con una bocca perfino troppo rigida e sottrattiva, ma di enorme fascino e continuità linfatica e saporosa. Nel bicchiere accanto sembra esserci il suo alter ego, il Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Riserva ’90 di Lungarotti: è rosso di bocca più che di naso, sorretto da una dimensione sapida e materica più completa ed appagante, senza perdere nulla della chiave luminosa e brillante di un sangiovese austero da zona vocata.

Ci sono appena ventidue anni di differenza, ma non c’è il classico shock del ritorno ad atmosfere vinose e primarie quando chiudiamo con il Sangiovese di Romagna Assiolo Cuvée Speciale 2012, prodotto da Gabriele Succi a Costa Archi, Castel Bolognese. E’ un campione prelevato da vasca, che urla gioventù e stoffa ma già rivela una pregevole nitidezza, polposa, sugosa, all’insegna della frutta rossa con inserti boschivi e balsamici. Molto ben mimetizzato nelle sue componenti più calde, è voluttuoso ma anche sfumato, la tessitura del sorso è salda e invita al riassaggio successivo. Varrà la pena di riassaggiarlo ad imbottigliamento completato e recuperarne qualcuna intorno ai 10 euro in enoteca, non necessariamente come bicchiere conclusivo di una epica giornata alcolica.

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